L’Unione europea prova a trasformare la clausola di assistenza reciproca prevista dai Trattati da principio politico a meccanismo operativo. Riuniti martedì 12 maggio a Bruxelles nel formato Difesa, i ministri dei Paesi UE sono chiamati a discutere come rendere concretamente applicabile l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, la disposizione che obbliga gli Stati membri a prestare aiuto e assistenza a un Paese UE vittima di un’aggressione armata sul proprio territorio.

Parlando ai giornalisti prima dell’inizio della riunione, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha spiegato che l’obiettivo della discussione tra i Ventisette è definire in modo concreto “chi fa cosa e cosa possono fare la Commissione europea e il Servizio per l’azione esterna” in caso di attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato. “Ovviamente non parliamo pubblicamente di questa analisi sull’attivazione dell’articolo 42.7, perché metterebbe in luce le nostre lacune, ed è una questione complessa, perché l’articolo è molto ampio e dobbiamo davvero dare più sostanza a tutto questo”, ha affermato Kallas.

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La clausola di assistenza reciproca stabilisce che, se uno Stato membro è vittima di aggressione armata sul suo territorio, gli altri Paesi UE hanno nei suoi confronti un obbligo di aiuto e assistenza “con tutti i mezzi in loro potere”, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Secondo il Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), l’assistenza può andare dal sostegno diplomatico e tecnico o medico fino all’aiuto civile o militare, e ricorda che gli Stati membri hanno già svolto esercitazioni basate su scenari, compresi scenari ibridi o cyberattacchi su larga scala. L’EASS sottolinea che l’articolo 42.7 resta coerente con gli impegni assunti nella Nato, che per i suoi membri “rimarrà il fondamento della difesa collettiva”.

La sovrapposizione tra obblighi europei e atlantici rende però il dossier politicamente sensibile. Il lavoro avviato a Bruxelles ruota attorno a tre scenari: un attacco contro un Paese UE che non appartiene alla Nato, come Austria, Cipro, Irlanda o Malta; un attacco contro uno Stato che è membro sia dell’UE sia della Nato, per valutare come interagirebbero l’articolo 42.7 e l’articolo 5 del Trattato nordatlantico; e un attacco di natura ibrida che resti sotto la soglia dell’articolo 5 della Nato.

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Kallas, in una recente intervista a Euronews, ha insistito sul fatto che la clausola europea non deve essere letta in contrapposizione alla Nato. “Sono complementari l’una all’altra”, ha spiegato l’Alta rappresentante, sostenendo che il problema è chiarire in anticipo l’interazione tra i diversi strumenti di risposta nel caso in cui una crisi investa uno Stato membro.

Secondo un’analisi di Reuters, il lavoro portato avanti a livello europeo mirerebbe a preparare un vero e proprio “blueprint” per la clausola di assistenza reciproca, in un momento in cui crescono i dubbi sulla solidità dell’impegno statunitense nella Nato. Secondo l’agenzia, i funzionari europei riconoscono che oggi non esistono regole sufficientemente chiare su come l’articolo 42.7 dovrebbe funzionare nella pratica, nonostante la clausola obblighi gli Stati membri a venire in aiuto di un altro Paese UE in caso di attacco.

Il dossier ha assunto una rilevanza particolare per Cipro, Stato membro dell’UE ma non della NATO. Cipro, che detiene anche la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, è tra i Paesi più interessati a rendere più solido l’articolo 42.7 dopo l’attacco con un drone contro una base britannica sull’isola durante la guerra in Iran. Tuttavia, sempre secondo quanto riferisce Reuters, alcuni Stati membri hanno espresso cautela, temendo che il rafforzamento della clausola UE possa essere interpretato come un allontanamento dalla Nato e dal suo articolo 5.

L’articolo 42.7 è stato invocato una sola volta, dalla Francia dopo gli attentati terroristici di Parigi del novembre 2015 e un suo utilizzo contro una minaccia esterna resterebbe un terreno sostanzialmente inesplorato.

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